Divina Commedia
Divina Commedia - Inferno - Canto XXXII - Introduzione Critica

Testo Integrale Riassunto Introduzione Critica Parafrasi

Oltre che nell’alto e nel medio inferno, neppure in Malebolge la ferma adesione dell’animo di Dante alla misura della giustizia divina era mai andata disgiunta da una sorta di dolente, ammirato stupore per i traguardi che la natura umana aveva saputo talvolta raggiungere in sfere in cui si era, peccaminosamente, proposta come autonoma ed autosufficiente. Anche le più abiette fra le anime del cerchio ottavo risultano poeticamente vive proprio in virtù del fatto che la condanna non le livella in una indifferenziata negatività, ma fa brillare in ciascuna di esse, diversamente riflesso, il rimpianto per una gerarchia di valori alla quale non è loro più consentito tendere. Tale rimpianto - tanto più acuto, quanto più viva è nel peccatore la coscienza della propria colpa - rende dolorosamente problematiche, pur nella fermezza dell’insegnamento che da esse ci viene, le apparizioni di questi esseri sottratti, nell’immutabilità di un presente infinito, alla possibilità di riscattare i loro errori. Come ha ben veduto il Montanari, essendo vive le figure dell’inferno "in forza della tensione spirituale che sorge dalla intuizione teologica del contrasto tra la magnificenza naturale e la sua insufficienza alla salvezza eterna", la poesia della prima cantica «nasce non da una tranquilla esposizione catechetica, ma... dall’accettazione di un dramma che resta teoreticamente irrisolto quando sia accettato non dal punto di vista universale, ma dal punto di vista della concreta individua persona umana». In presenza dei traditori la disponibilità dell’animo di Dante ad accogliere nella loro complessità angosciosa le voci dell’umano errore - riconoscendo in ciascuna di esse se non altro un tremito di inespressa verità, un accento di sincero dolore per il male compiuto, un fugace ridestarsi della coscienza immersa nelle tenebre - appare notevolmente e, fin dai primi versi del canto XXXII, programmaticamente, limitata. L’attenzione volta al dato espressivo in quanto tale - considerato nella sua astratta tecnicità (s’io avessi le rime aspre e chiocce) - preannuncia infatti il totale, freddo distacco del Poeta di fronte alla sofferenza di queste anime. Tale attenzione viene esplicitamente manifestata nel proposito di trovare termini che si addicano al tristo buco, sul quale - assunto a simbolo di insensibilità ai valori morali - grava il peso di tutta la materia del mondo. Le rocce che su di esso puntan prefigurano la durezza del vincolo che lega le anime dei traditori al loro peccato, la loro irriducibilità al rimorso, alla dialettica che definisce lo spirito in quanto superamento del già compiuto - perché necessariamente imperfetto - in quanto insaziato protendersi verso una perfezione che non è attuale (proiettata nel futuro dai vivi, in un passato che avrebbe potuto essere diverso dai dannati). Fino all’ultima bolgia dell’ottavo cerchio la condanna espressa dal Poeta nei confronti dei peccatori - ove non si ampliava in una dolorosa considerazione dei motivi che conducono l’uomo a peccare - si era manifestata in motti recisi dai quali emergeva una presa di posizione morale, una prontezza di reagire dell’intelletto volto al bene contro le insidie dell’intelletto sviato. Basti pensare alla conclusione che Dante sa trarre, con il rigore di una deduzione sillogistica, dalla dolorosa presentazione che di sé fa Mosca dei Lamberti; e morte di tua schiatta rappresenta il colpo di grazia che degrada - senza peraltro privarla di una sua tragica statura - questo personaggio da essere capace di esprimersi ad essere chiuso alla parola e alla ragione, a persona trista e matta. Ma i traditori per Dante rappresentano - a differenza dei dannati dei cerchi superiori - l’assoluta identificazione della persona viva con la categoria del peccato, la chiusura completa dell’ « io » nell’isolamento dai suoi simili, nel ripudio delle leggi che emanano da Dio. Con essi nessun dialogo - nemmeno se condotto sul tono di un’aspra requisitoria, di un’impietosa polemica - risulta plausibile: dove ogni residuo di coscienza appare sommerso in una inoperante negazione, in una fedeltà al male compiuto che non ha più nulla di umano, ogni forma di intelligente proposizione di valori, ogni senso delle sfumature vengono da parte del Poeta deliberatamente abbandonati. Alla battuta recisa che nettamente definiva, in termini di opposizione etica ed intellettuale, gli scontri verbali del Poeta con le anime use a malizia di Malebolge, subentra nel nono cerchio, sia da parte di Dante che dei suoi antagonisti, il gesto impulsivo, la carica d’odio incurante di legittimarsi esplicitamente sul piano della ragione. Dante dà per scontato che i traditori meritano solo quest’odio, non l’analisi dei motivi che li indussero a tradire, non il risveglio - doloroso ma nobilitante - in essi, della coscienza. Tale è il significato dell’episodio che con maggior forza s’impone alla nostra attenzione nel canto XXXII (quello di Bocca degli Abati), tale è anche il significato della scelta lessicale e stilistica dal Poeta operata in questo canto. Alla pittura di anime che il rimorso implacabilmente devasta, alla presentazione di situazioni incentrate su una problematica etica fortemente individualizzata, si sostituisce qui un atto d’accusa che coinvolge i traditori considerati, nel loro insieme, assai più come classe degradata (plebe) che come individui in grado di giustificare - sia pure con argomenti fallaci o capziosi - le loro azioni, un’ironia spessa ed opaca (passeggiando tra le teste), una crudeltà allucinante e fredda (il "cozzo" di Napoleone ed Alessandro degli Alberti, paragonati nella loro immobilità a "spranghe", nel loro destarsi al movimento a becchi), in cui l’animus comico e realistico di Dante trova le sue espressioni più impenetrabili e dure.