Divina Commedia
Divina Commedia - Purgatorio - Canto XIII - Riassunto

Testo Integrale Riassunto Introduzione Critica Parafrasi

Nel secondo girone, dove sono punite le anime degli invidiosi, i due pellegrini odono gridare, da voci misteriose che attraversano l'aria, tre esempi di carità: il miracolo di Cristo alle nozze di Cana, l'amicizia profonda che legava due famosi eroi greci. Oreste e Pilade, il comando evangelico all'amore fraterno. I penitenti, addossati a una nuda parete e coperti da ruvidi manti, si sorreggono gli uni alle spalle degli altri: i loro occhi appaiono chiusi, cuciti da un filo di ferro che impedisce loro di scorgere la luce del ciel. Dante, che teme di mostrarsi scortese passando dinanzi alle anime senza rivelare la sua presenza, chiede se in mezzo a loro c'è qualche italiano: ma, risponde una voce, ogni uomo ha una sola patria, che è quella celeste. Dante avanza verso l'ombra che ha parlato per conoscerne il nome o il luogo di nascita; appare così la figura della nobildonna senese Sapia, la quale confessa il suo peccato di invidia, che la portò a gioire più del male altrui che del proprio bene personale, spingendola a chiedere a Dio anche la rovina della sua patria. Alla fine della vita si convertì, ma solo le preghiere di un umile venditore di pettini della sua città le evitarono una lunga sosta nell'antipurgatorio. Durante il colloquio con Sapia, che non rinuncia a colpire, anche nell'al di là, con dura ironia i suoi concittadini, il Poeta riconosce che il suo animo è occupato non tanto dal peccato di invidia, quanto da quello della superbia, che egli sconterà sotto il peso dei macigni del primo girone.